
La body positivity ci ha davvero liberate? O ci ha vietato di dire che qualcosa non ci piace?
Amare il proprio corpo è diventato un obbligo? Cosa dicono ricerca ed esperti su body positivity e body neutrality, e la nostra posizione.
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Redazione Rinèa

Prova a dire ad alta voce: "Le mie braccia non mi piacciono." Qualcuno ti risponderà che sei bellissima così. Qualcun altro che dovresti volerti più bene. Quasi nessuno ti chiederà perché, o che cosa vorresti fare. È questo il punto: il movimento nato per liberarci dal giudizio sul corpo ha creato, senza volerlo, un nuovo giudizio?
Perché se ne parla, e perché divide
La body positivity è nata per contrastare la discriminazione verso i corpi che non rientrano negli standard. Sui social è diventata un linguaggio di massa: corpi reali, pelle con la cellulite, pance non scolpite. Un cambiamento di cui molte donne sono grate.
Negli ultimi anni, però, si è fatta strada una stanchezza. Alcune donne raccontano di sentirsi in colpa due volte: per il difetto che vedono, e per il fatto di vederlo. Da qui il successo della body neutrality, l'idea che non serva amare il proprio corpo ma basti rispettarlo per quello che fa.
Cosa dicono gli esperti
La body positivity sui social funziona, ma a una condizione. Nel 2019 le ricercatrici Rachel Cohen, Jasmine Fardouly, Toby Newton-John e Amy Slater hanno mostrato a giovani donne post Instagram di tre tipi: body positive, ideale di magrezza e contenuti neutri. Chi ha visto i post body positive ha riportato umore migliore, più soddisfazione e più apprezzamento per il proprio corpo. Ma sia i post body positive sia quelli sull'ideale di magrezza hanno aumentato l'auto-oggettivazione rispetto ai contenuti neutri: guardare corpi, anche "positivi", porta a guardare di più il proprio.
Il linguaggio della body positivity può restare centrato sull'aspetto. Un'analisi del 2024 su 394 video TikTok con hashtag body positivity e body neutrality, pubblicata su Body Image da Jennifer Stevens Aubrey e colleghe, ha rilevato che l'oggettivazione era sovrarappresentata proprio nei video con temi body positive. Nei video body neutrality, invece, le autrici erano per lo più normopeso: l'inclusività dichiarata non sempre corrispondeva ai corpi mostrati.
La body neutrality non è la soluzione magica. Tracy Tylka, Nichole Wood-Barcalow e Jessica Alleva, tra le studiose più citate sull'immagine corporea positiva, hanno scritto nel 2024 su Body Image che la body neutrality non è un concetto nuovo: riprende elementi già studiati da decenni. Secondo loro puntare solo alla neutralità significa accontentarsi, mentre un'immagine corporea positiva è un obiettivo raggiungibile.
Il controargomento
La versione migliore della posizione opposta suona così: il desiderio di cambiare il proprio corpo non nasce mai nel vuoto. È modellato da decenni di immagini ritoccate e standard irrealistici. Se diciamo che "voler cambiare è una scelta libera", rischiamo di dare di nuovo spazio all'industria che quegli standard li ha creati. Da questo punto di vista, la body positivity non è un obbligo: è un contrappeso ancora necessario.
È un argomento serio e in parte lo condividiamo. Ma non chiude la questione.
